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	<title>LIT - Alternative Blogzine &#187; Violamara</title>
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	<description>recensioni, interviste, articoli, reportage, nuove uscite</description>
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		<title>Emiliana Torrini: primavera ghiacciata.</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2009 12:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[emiliana torrini]]></category>

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		<description><![CDATA[
Emiliana, vestito a fiori, scarpette d’argento.
Emiliana,regina dei ghiacci, emozionante ed emozionata.
Sul palco è rigida, una bambolina di legno quasi in trance, si culla avanti e indietro, oscilla, ci regala una danza timida e leggera.
Dice che la tournèe italiana le sta creando seri problemi di linea, sorride.
Oltre 90 minuti di musica proponendo gran parte dell’ultimo album,Me [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://images.musicclub.it/foto/em/big/EMILIANA1.jpg.big.jpg" alt="" /></p>
<p>Emiliana, vestito a fiori, scarpette d’argento.<br />
Emiliana,regina dei ghiacci, emozionante ed emozionata.<br />
Sul palco è rigida, una bambolina di legno quasi in trance, si culla avanti e indietro, oscilla, ci regala una danza timida e leggera.<br />
Dice che la tournèe italiana le sta creando seri problemi di linea, sorride.<br />
Oltre 90 minuti di musica proponendo gran parte dell’ultimo album,<strong>Me and Armini</strong> ma attingendo ai due precedenti, soprattutto <strong>Fisherman’s Woman.</strong><br />
Me and Armini e Fisherman’s woman mi paiono piuttosto complementari anche se il secondo, che è quello che preferisco, sa scavare più a fondo.<br />
Le melodie sono intense, mescolano folk e malinconia.<br />
Si creano momenti sospesi, disarmanti di attesa, trepidanti di speranza, trasognati.<br />
Dove l’amore è fatto di ritorni e la solitudine non è poi così male.<br />
L’atmosfera si fa intima, il pubblico è rapito. Emiliana canta senza effetti sulla voce, una voce che è talmente fresca da farmi pensare alla neve. Ed è come se nevicasse tutt’intorno, in un attimo.</p>
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		<title>Francis Bacon: la violenza del sentire.</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 11:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[francis bacon]]></category>

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Un calcio in faccia. Non sto scherzando, un calcio in faccia.
Quando ero bambina mi piaceva giocare con i ragazzi più grandi. Andavamo in un campo di fronte a casa, con un pallone. Là c&#8217;erano le porte, costruite artigianalmente con bastoni recuperati attorno e ben conficcati sulla terra, alle estremità del prato.
Un giorno, uno di loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td><img src="http://www.artquotes.net/masters/bacon/bacon-triptych-painting.jpg" alt="Bacon" /></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Un calcio in faccia. Non sto scherzando, un calcio in faccia.<br />
Quando ero bambina mi piaceva giocare con i ragazzi più grandi. Andavamo in un campo di fronte a casa, con un pallone. Là c&#8217;erano le porte, costruite artigianalmente con bastoni recuperati attorno e ben conficcati sulla terra, alle estremità del prato.<br />
Un giorno, uno di loro accidentalmente mi tirò un calcio in faccia. Mi ricordo bene quella sensazione.<br />
Il viso bruciava, i muscoli intorpiditi, bloccati, un dolore lancinante.<br />
L&#8217;arte e il dolore sono spesso accomunati, sembrano un binomio indistricabile.<br />
Che la pittura nella storia dell&#8217;arte sia riuscita a trasmettere sofferenza è appurato.<br />
Eppure io, mai davanti a nessuna opera avevo provato una sensazione di dolore fisico.<br />
Mai, prima di vedere un quadro di Francis Bacon.<br />
La prima volta fa sempre male, si dice. E io, davanti a quei rossi accesi, alla pioggia acida che corrode i visi non ho potuto fare a meno di rivivere quel calcio in faccia, riappropriandomi di quella violenza inaspettata.<br />
I dipinti baconiani sono rettangoli dal fondo piatto,maestosamente prospettici, che lasciano alla geometria il compito di costruire gabbie di vetro con il compito di imprigionare le figure.<br />
Queste ultime sono isolate, inermi, incollate a poltrone vittoriane come sedie di tortura,i volti deformati da smorfie animali e spasmi, fitte fortissime che rendono appena percettibili le loro fisionomie. Sono sagome sciolte, ottenute con grumi di colore mescolato direttamente sulla tela o lanciato su di essa usando le dita come una fionda.<br />
Bacon rivisita elementi classici dell&#8217;arte -basti guardare la carcassa di bue ispirata al Rembrandt- e soprattutto dell&#8217;arte sacra quando sceglie la forma a trittico, di chiara derivazione religiosa.<br />
L&#8217; ordine apparente delle simmetrie e degli impianti prospettici abilmente architettati è sconvolto dal disordine destrutturato delle forme. Bacon esprime la necessità di credere e contemporaneamente l&#8217;impossibilità di farlo perchè la vita è insensata e l&#8217;uomo troppo vulnerabile, costretto a confermare la sua esistenza solo con il movimento.<br />
E riesce anche a farmi commuovere con i trittici dedicati al compagno John Edwards, anch&#8217;esso consumato, corroso, perchè l&#8217;amore quando divora non può essere che cannibale.</p>
<p><a href="http://www.francisbacon.it" target="_blank">www.francisbacon.it</a></p>
<p>Bacon e oltre ottanta delle sue opere sono a Milano al Palazzo Reale fino al 24 Agosto 2008.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>HELLEN VAN MEENE: LE ADOLESCENTI FAMELICHE</title>
		<link>http://lit.nivis-regnum.com/2008/05/18/hellen-van-meene-le-adolescenti-fameliche/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2008 18:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è qualcosa di vagamente morboso nell&#8217;adolescenza, nella malleabilità di un corpo che va formandosi poco a poco.
Sembianze in divenire per giovani mutanti, persi e sparsi nel punto di non ritorno, a procacciarsi generi e ruoli sociali.
Del resto il signor Freud l&#8217;aveva detto, qualunque artista per mantenersi tale deve conservare una condizione di eterna pubertà, rarissima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.yoursgallery.pl/graphics/exhibitions/newworks/hellen_van_meene_2.jpg" alt="" width="400" height="398" />C&#8217;è qualcosa di vagamente morboso nell&#8217;adolescenza, nella malleabilità di un corpo che va formandosi poco a poco.<br />
Sembianze in divenire per giovani mutanti, persi e sparsi nel punto di non ritorno, a procacciarsi generi e ruoli sociali.<br />
Del resto il signor Freud l&#8217;aveva detto, qualunque artista per mantenersi tale deve conservare una condizione di eterna pubertà, rarissima dote da salvaguardare con il gioco. Gioco inteso nella sua accezione più vasta, come psicodinamismo attivo, dove la mente è attenta e intenta all&#8217;esplorazione del sè, vagliando modelli diversificati.<br />
L&#8217;esplorazione è tuttavia un processo difficile, talvolta incontrollabile e inaccettabile, dal quale gli adolescenti il più delle volte non escono vincenti.<br />
Ci paiono goffi e intimiditi, o nascosti dietro fragili maschere di sicurezza sempre lì per sgretolarsi.<br />
Sta proprio qui la fascinazione che esercitano, spesso inconsapevolmente, quella sensazione di intima precarietà, di disagio che riempie gli sguardi di aria e li rende gonfi, impacciati. Irrimediabilmente quasi adatti. Sarà per questo che da sempre l&#8217;adolescente è stato al centro dell&#8217;interesse degli artisti, in particolare quando parliamo di fotografia.<br />
Hellen Van Meene è una pseudo adolescente olandese (classe 1972), formatsi all&#8217; Accademia di Amsterdam e vincitrice del prestigioso Charlotte Kohler Prize per la fotografia. Le sue immagini raffigurano adolescenti disarmoniche, incappucciate nei giacconi, con la testa sospesa sul lavandino, incastrate tra i cuscini di un divano o abbandonate nell&#8217;atto di asciugarsi i capelli in un bagno pubblico.<br />
Fanciulle in fiore languide ed esangui, botticelliane addirittura per il pallore e le pose lascive ma in un&#8217;ottica disturbata dal crudo realismo.<br />
La luce è carica, piena. I colori sono densi, accesi, mai violenti.<br />
Lo strumento fotografico sa essere spietato ed Hellen ne è consapevole quando usa e abusa gli stereotipi della ritrattistica classica per mettere in evidenza le contraddizioni delle Alici teenager degli Anni Novanta : volti romantici e pose iconografiche a mostrare nudità e sensualità appena accennate distrutte subito dalla durezza dei volti, dalla mascolinità, dalla austerità impietrita dello sguardo.<br />
Contrasti continui fra i corpi ancora infantili e le pose adulte da femme fatali malriuscite perchè le forme sono talmente inadeguate che nemmeno gli abiti riescono a contenerle, a renderle più umane, a nascondere la mostruosità del fisico che cambia in maniera incontrollabile.<br />
Non finte educande sexy ma ragazze disangelicate, abbruttite dalla stessa fotografia , capace di cogliere dettagli decadenti che disturbano subito l&#8217;occhio.<br />
In questo modo la Van Meene destruttura le forme tipiche di bellezza e le rovescia abilmente producendo canoni di un estetismo completamente nuovo, inusuale.</p>
<p>Sito Ufficiale: <a href="http://hellenvanmeene.com/" target="_blank">www.hellenvanmeene.com</a></p>
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		<title>the air is on fire: david lynch a milano</title>
		<link>http://lit.nivis-regnum.com/2007/11/07/the-air-is-on-fire-david-lynch-a-milano/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2007 07:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ 

Il fuoco rimane sempre. Presenza incancellabile, sia quando cammina con noi -&#8217;Fire walk with me&#8217; sottotilo del celeberrimo Twin Peaks-sia quando incendia l&#8217;aria in lingue incandescenti.
&#8216;The air is on fire&#8217; è infatti il nome che David Lynch ha scelto per la mostra a lui consacrata e visitabile fino al 13 Gennaio alla Triennale di Milano.
Sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> </p>
<p><img src="http://blog.lignesdefuite.fr/public/images%20mai07/lynch_rain3.jpg" alt="" width="379" height="257" /><br />
Il fuoco rimane sempre. Presenza incancellabile, sia quando cammina con noi -&#8217;Fire walk with me&#8217; sottotilo del celeberrimo <em>Twin Peaks</em>-sia quando incendia l&#8217;aria in lingue incandescenti.</p>
<p>&#8216;The air is on fire&#8217; è infatti il nome che David Lynch ha scelto per la mostra a lui consacrata e visitabile fino al 13 Gennaio alla Triennale di Milano.<br />
Sono tanti ad ignorare che molto prima del concepimento di capolavori quali <em>Mullholland Dr</em>ive e <em>The Elephant Man</em>, il geniale Lynch esordisce come pittore e scultore.</p>
<p>La mostra raccoglie quadri, fotografie ma anche disegni, annotazioni impresse su tovagliolini e salviettine da bar, schizzi e appunti strappati da diari e block notes, resti di un&#8217;adolescenza oscura che probabilmente Lynch non abbandonerà mai.<br />
Ci sono mostruosi alter ego, bambini di fango, nani e vecchiette rugose, donne lascive che esibiscono senza pudore le loro deformità. I colori sono molto forti, di rosso e nero o quel grigio che ti entra nelle ossa. Non esiste nulla di tenue. Persino il bianco appare in qualche modo incredibilmente minaccioso.<br />
La gran parte dei lavori dell&#8217;artista segue modelli che richiamano in un primo tempo un  Francis Bacon pauroso per poi arrivare a una pittura più organica che ha molto a che fare con gli embrioni di Fautrier. Diciamo che Lynch riesce abilmente ad unire una dimensione fortemente narrativa e quindi prettamente figurativa ad una organica ed inevitabilmente astratta. Da qui la difficoltà di collocazione delle opere dell&#8217;artista, sicuramente riconducibili però a quell&#8217;espressionismo volto a dissolvere la figura umana nell&#8217;inumano.<br />
Alla triennale, la disposizione delle opere è povera per scelta ,disordinata e programmata per essere introiettata lentamente, attraverso un lungo corridoio, dove la claustrofobia è apprezzabile.</p>
<p>Le teche con i dipinti sono poste di sbiego costringendo lo spettatore a continui slalom e disorientamenti.<br />
Gli universi lynchiani sono veri e propri incubi che nascondono le paure dell&#8217;infanzia, i fantasmi dell&#8217;adolescenza e le torbide ansie della maturità. Definire la percezione del Lynch pittore e scultore come distorta sarebbe errato. In realtà le azioni intrappolate sulla tela sono estremamente semplici. Diventano stranianti perchè collocate in un contesto rigorosamente fuori luogo,che obbliga a concatenazioni di pensieri assurdi e contrastanti, incubi ricorrenti.<br />
Ritorna il brulicare inquieto, la ricerca ossessiva del movimento, quasi le superfici fossero ricoperte di insetti. Ritorna quella casa, sede di traumi inconsci e sofisticati, gelida anche se sembra essere stata salvata appena dall&#8217;incendio, magari da una pioggia primordiale e scura.<br />
Personalmente ho trovato poetiche e affascinanti le fotografie. Rigorosamente in black and white, raccontano le vite di improbabili e meravigliosi pupazzi di neve  o si concentrano a descrivere stazioni abbandonate, motel asettici e vetri rotti, stazioni elettriche in disuso, non-luoghi dove le ombre coprono la luce e paradossalmente è sempre buio.</p>
<p align="left"> </p>
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		<title>Body art: l&#8217;amore non corrisposto</title>
		<link>http://lit.nivis-regnum.com/2007/10/28/body-art-lamore-non-corrisposto/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2007 11:17:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[
Delle volte mi tocco le tempie in maniera ossessiva. Mi piace sentire che sotto c&#8217;è il cranio.
La sensazione che provo è rassicurante, come una certezza indiscutibile e pacifica, meravigliosa coscienza d&#8217;essere. Ecco il nostro corpo, contenitore ripieno, l&#8217;unica verità possibile.
Lo sanno fin troppo bene quegli artisti sessantottini- stufi di stare nell&#8217;ombra della Nuova Grande Era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://collection.fraclorraine.org/img/collection/3S00230.jpg" alt="" width="336" height="252" /></p>
<p>Delle volte mi tocco le tempie in maniera ossessiva. Mi piace sentire che sotto c&#8217;è il cranio.</p>
<p>La sensazione che provo è rassicurante, come una certezza indiscutibile e pacifica, meravigliosa coscienza d&#8217;essere. Ecco il nostro corpo, contenitore ripieno, l&#8217;unica verità possibile.<br />
Lo sanno fin troppo bene quegli artisti sessantottini- stufi di stare nell&#8217;ombra della Nuova Grande Era del Consumo che cominciano ad utilizzare il corpo come un&#8217;opera, come una materia sul quale intervenire. Corpo come massima espressione quindi, corpo come liberazione del mondo interiore in tutta la sua incredibile potenza, corpo come catarsi.<br />
Solo esibizionismo e trasgressione nei confronti delle Vecchie Care Convenzioni Sociali?</p>
<p>Non credo. Il discorso qui si fa più difficile e parte dalla necessità disperata dell&#8217;uomo di apparire, di mostrarsi per <em>poter essere</em>. Il desiderio del sensazionale e del magistrale è sempre e comunque accompagnato da un&#8217;esasperata analisi di ogni possibilità che la corporeità regala.<br />
Non stiamo parlando solo di arte. Parliamo d&#8217;amore. Parliamo di una dimensione sentimentale dove l&#8217;emozione vince sempre sulla realtà. La dolcezza è una meta tanto ambita quanto irraggiungibile.</p>
<p>E&#8217; un amore assolutamente non ricambiato, un amore sofferto. Si tratta di un amore che non può esistere. Si tratta di un amore che, in un&#8217;ottica anche leopardiana a tratti, inevitabilemente deluderà ogni mia aspettativa. Dove indirizzare allora tutto questa passione?</p>
<p>L&#8217;assenza di un sentimento completo prima, e l&#8217;impossibilità di viverlo nella sua interezza poi, portano alla creazione di un doppio, un altro uguale a me ma travestito.</p>
<p>Un altro me che non posso fare a meno di amare in maniera radicale.<br />
L&#8217;affetto che prima era bloccato, schiacciato da qualche parte, nascosto in qualche buco di vuoto ora  è libero di dimostrarsi. Con il sangue e con il sacrificio, con i tagli e con le spine di <em>Gina Pane</em>, con le viscere calde degli animali di <em>Hermann Nitsch</em>, ma anche più semplicemente con le contorsioni e gli stupri pittorici di <em>Arnulf Rainer</em>.</p>
<p>Attraverso la vita si sente così la morte, la si affronta senza alcuna paura, con la lucidità straordinaria di chi sa che per guarire talvolta bisogna ferirsi.</p>
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		<title>dada is dead?</title>
		<link>http://lit.nivis-regnum.com/2007/06/01/dada-is-dead/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Jun 2007 07:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta il dada. Siamo nel primo decennio di un esasperato novecento europeo e siamo stanchi. Stanchi di imbambolarci, di nascondere le forme invadenti sotto divise tutte uguali, di soppesare le emozioni, calcolarle  minuziosamente. Siamo stanchi di costruire storie d&#8217;amore a distanza con le opere d&#8217;arte, di strabuzzare gli occhi davanti a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.artpool.hu/ketseg/5-1-2/artist/kepek/duchamp.jpg" alt="" width="142" height="141" />C&#8217;era una volta il dada. Siamo nel primo decennio di un esasperato novecento europeo e siamo stanchi. Stanchi di imbambolarci, di nascondere le forme invadenti sotto divise tutte uguali, di soppesare le emozioni, calcolarle  minuziosamente. Siamo stanchi di costruire storie d&#8217;amore a distanza con le opere d&#8217;arte, di strabuzzare gli occhi davanti a un quadro a volerne cogliere tutte le misteriose verità celate, attuando un rapporto quasi fisico e sessuale che nasce e si sviluppa solamente e puramente a livello della vista. Certo fare l&#8217;amore è un&#8217;altra cosa: esplode come la necessità di sconvolgere, stimolare testa e corpo, sollecitarla nella ricerca di un flusso vitale ed energico all&#8217;interno del consumarsi dell&#8217;esperienza quotidiana.</p>
<p>Il mondo va re-inventato, e lo si può fare solo azzerando tutte le conoscenze che già abbiamo immagazzinato sugli oggetti che conosciamo, che ogni giorno utilizziamo oppure guardiamo, tocchiamo di continuo.  Padre riconosciuto e legittimo di queste incredibili intuizioni è Marcel Duchamp, che cancella la tecnica e fa sparire anche l&#8217;artista, sconvolge il principio di costruzione, distrugge la manualità, induce ad osservare il fenomenico circostante con occhietti diversi. Duchamp sa cambiare identità quando necessario, sa regalare sex- appeal anche all&#8217;oggetto più banale. E&#8217; un&#8217;alchimista, abile scopritore di qualcosa che già esisteva. Fa saltare le categorie tanto care al mondo dell&#8217;arte, che gli intralciano la strada verso la libertà di sperimentare e realizzare il nuovo.</p>
<p>&#8216; Mostratemi qualcosa di nuovo: ricomincerà tutto daccapo&#8217; disse una volta John Cage e anche ora che la leggo mi fa convincere che non ci sarà un altro dada. Adesso, dopo le sperimentazioni delle avanguardie degli anni settanta, dopo il diffondersi del mezzo fotografico-automatico e poi ancora  dopo l&#8217;arte virtuale&#8217; così magica, senza confini- la sensazione è che non ci sia più niente da fare. Prende piede un pessimismo forte che vede l&#8217;arte contemporanea intenta a suicidarsi con le sue stesse mani. Ma questo è appena appena un pensiero scuro, drammaticamente nato-morto, destinato ad un aborto sponataneo. Credo in cuor mio che la capacità e la voglia di stupirsi non si sia eclissata ai tempi delle avventure duchampiane perchè in questo caso mai avremmo potuto far godere occhi e orecchie con le performance di bizzarri personaggi quali Matthew Barney, Vanessa Beecroft, la straordinaria Marina Abramovic o- più vicino a noi- con le opere di Maurizio Cattelan.</p>
<p>La verità è che i sensi vanno allenati continuamente, troppo facile nascondersi dietro anestesie forzate che rendono solamente più profonda la conca sul lato destro del nostro divano casalingo.</p>
<p>Meglio cercare altro allora anche quando il sapore in bocca non sa più di niente, neanche di saliva.</p>
<p>Io voglio aspettare che la fame cresca.</p>
<p>E magari non passi mai.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sylvia Plath: la ragazza che voleva essere Dio</title>
		<link>http://lit.nivis-regnum.com/2007/02/22/sylvia-plath-la-ragazza-che-voleva-essere-dio/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2007 08:25:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il sangue arriva sempre. Così il dolore. Le gambe pesano. Il cuore, la testa, pesano.
Ci sono ragni dalle zampe pelose e ispide, donne cannibali dalle chiome infernali.
C&#8217;è una donna fragile che un giorno decide di infilare la testa nel forno.
Troppo, il tempo passato a vivere con un pezzo di vetro fra le mani.
Troppa la repulsione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.sc.edu/fitzgerald/jpegs/plath1500.jpg" alt="" width="248" height="334" /></p>
<p>Il sangue arriva sempre. Così il dolore. Le gambe pesano. Il cuore, la testa, pesano.<br />
Ci sono ragni dalle zampe pelose e ispide, donne cannibali dalle chiome infernali.<br />
C&#8217;è una donna fragile che un giorno decide di infilare la testa nel forno.</p>
<p>Troppo, il tempo passato a vivere con un pezzo di vetro fra le mani.<br />
Troppa la repulsione nei confronti di un corpo sentito come ingombrante, inutile involucro.<br />
Troppi gli incubi dove le braccia si staccano.</p>
<p>E&#8217; una Hollywood senza finestre quella della Plath, dove le parole sono fili elettrici pericolosi.<br />
Fa paura. Fa paura toccare un dolore così profondo, quasi primigenio.<br />
Come se per morire, servisse la vocazione.</p>
<p>La immagino così, con una preghiera appena sulle labbra, quella di essere un&#8217;altra,<br />
quello di essere semplice. Almeno una volta. Desiderio ancor più forte perchè irrealizzabile.<br />
Quasi un&#8217;abitudine, la fine.  Quasi non fosse possibile sorridere.<br />
Solo provandoci la bocca si spaccherebbe per l&#8217;insolito movimento.</p>
<p>Non è nemmeno la morte, la sua, fatta di inutili polemiche e fraintendimenti ad offuscare la bellezza infinita delle poesie che ha scritto. Tra le pagine una Sylvia d&#8217;una estrema intelligenza, bella e nervosa, ambiziosa e affascinante in una continua e sanguinosa guerra coi propri demoni.<br />
Incredibilmente lucida, anche nel momento in cui cerca di essere Dio senza riuscirci.</p>
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		<title>diane arbus: la fotografa dei mostri</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Dec 2006 09:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
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Se ne è parlato di recente in seguito al deludente bio-movie di Steven Shainberg, Fur. Già esisteva una biografia, e milioni di scatti, infinitesimi di secondo intrappolati in pellicola nera lucida. La Arbus rappresenta senza dubbio una delle artiste più importanti del XX secolo, sfidando le abitudini, le convenzioni per arrivare in un non-luogo dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://content.answers.com/main/content/wp/en/thumb/0/09/250px-DianeArbusAperture.jpg" alt="" /></p>
<p>Se ne è parlato di recente in seguito al deludente bio-movie di Steven Shainberg, Fur. Già esisteva una biografia, e milioni di scatti, infinitesimi di secondo intrappolati in pellicola nera lucida. La Arbus rappresenta senza dubbio una delle artiste più importanti del XX secolo, sfidando le abitudini, le convenzioni per arrivare in un non-luogo dove il bello e il brutto non esistono ma sembrano avvinghiarsi senza contegno, amarsi profondamente, fino a scambiarsi i rispettivi ruoli.</p>
<p>Anima tormentata e schiva, Diane mette in atto una poetica spettacolare dove la fotografia diventa atto globale, integratore delle limitate capacità umane e mezzo indiscusso di relazione con il mondo esterno. Un mondo esterno che la Arbus sembra detestare eppure dal quale resta inevitabilmente affascinata, incantata, talvolta posseduta in uno stato di morbosa curiosità, necessità di guardare quasi la retina potesse nutrire il bulbo, quasi dall&#8217;occhio ci si potesse nutrire.</p>
<p>Innocente vittima e carnefice insieme, Diane comicia ad osservare tutto, compresa se stessa, come da lontano. La vista è vitrea di lente e il cuore è niente più di una tichettante riproduzione meccanica. La macchina è fredda, dura e Diane è la macchina. Inarrivabile nel produrre il distacco da una realtà spaventosa e seducente nel suo scioccante, terribile impatto.</p>
<p>Alienata e alienante, comunque impenetrabile, la Arbus ama ritrarre soggetti in qualche modo inquietanti, dalle famosissime gemelle, agli anziani nudi in poltrona fino al bambino-manichino con le granate in mano al Central Park. La scelta dei suoi soggetti, guidata da quello che il senso comune considera puro senso dell&#8217;orrido, le fa guadagnare in breve il nominativo di &#8220;fotografa dei mostri&#8221;. Ma la Arbus non è più indifesa, non più fragile, non più vulnerabile quando il suo sguardo è incollato al visore.</p>
<p>Quello che in molti non capirono e che ancora adesso tanti non colgono è che le atmosfere che Diane riesce a creare, per quanto impressionanti, più che costrutti artificiali sono solo spaccati di realtà, di una America che finalmente ci appare così come è, non compiaciuta in sorrisi e morbidezze ma disturbata in quelle sue rigidità spigolose, contratte.</p>
<p>Niente a che fare con la Kidman, con il trash e con i peli di Fur ma in qualche modo drammatica e commovente è la poetica della fotografa suicida, in bianchi e neri ipnotici di infinita poesia, una poesia che non dà spazio a stupidi convenevoli, una poesia dove la verità non può essere scontata.</p>
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		<title>Gender Bender: simulazioni d&#8217;identità</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Oct 2006 20:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Violamara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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Generi, orientamenti, categorie. Generi, orientamenti e categorie. E&#8217; con loro che dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno nella vita, per dare forma ad una nostra personale idea di felicità.  E&#8217; necessario fare un po&#8217; di chiarezza, scavare all&#8217;interno di sè per capire, per poter spiegare. 
E&#8217; necessario scegliere un posto dove stare, un mood [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td><img src="http://www.genderbender.it/immagini/natalibera.jpg" alt="" width="257" height="257" /></td>
<td> </td>
<td>Generi, orientamenti, categorie. Generi, orientamenti e categorie. E&#8217; con loro che dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno nella vita, per dare forma ad una nostra personale idea di felicità.  E&#8217; necessario fare un po&#8217; di chiarezza, scavare all&#8217;interno di sè per capire, per poter spiegare. </p>
<p>E&#8217; necessario scegliere un posto dove stare, un mood da rincorrere e introiettare.</p>
<p>Diventa troppo difficile altrimenti. Vuoi essere femmina o vuoi essere maschio?</p>
<p>Ti senti eterosessuale o gay? O forse transessuale? E poi ancora: artificiale? Naturale?</p>
<p>Bisogna pur dare un nome, una definizione a quel vociare inquieto che ti si muove dentro. Come vogliamo chiamarlo quel grido soffocato? Diversità? Erroneo incastrare tutto nel termine diversità, come uno di quei cassetti in cui ci piazzi tutta la roba che non sai proprio dove mettere.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Il concetto di diversità rimanda all&#8217;ideale ma quello di cui noi parliamo è palpabile, come nella canzone di Anthony &amp; the Johnson , For Today, dove Anthony con voce struggente esprime il desiderio e anche il rimpianto di non poter essere quello che vorrebbe.</p>
<p>Nel 1922 il critico americano Jeffrey Deitch introduce l&#8217;etichetta di Post-Human, strettamente legata al tema della definizione dell&#8217;identità e alla necessità di formulare un nuovo io, una nuova costruzione di ciò che significa essere persona.  Mutamenti e trasformazioni sono ormai cari alla nostra arte contemporanea: dall&#8217;ambiguità sessuale di fotografi come Luthi, ai travestimenti della Sherman, fino ad arrivare all&#8217;esibizione cruda di una sessualità che non ha niente da nascondere e si esprime totalmente, come negli splendidi attimi fermi in bianco e nero di Mapplethorpe o nelle foto-diario della Goldin.</p>
<p>Queste ultime in particolare, ritraggono spesso transessuali nell&#8217;atto stesso della trasformazione, il viso truccato solo da una parte lascia intravedere tratti maschili piuttosto evidenti. E tutto appare quasi magico in questa fuga da sè, gioco sublime e rito sacro insieme in un connubio di unghie laccate e barba pungente.  Nessuna provocazione, nessun peccato. Solo il desiderio disperato di costruire il nuovo a cui si anela, libero dalle coercizioni del proprio passato e del proprio codice genetico.</p>
<p>A tentare di spiegarlo ci prova il Gender Bender, dal 30 Ottobre al 4 Novembre a Bologna, che quest&#8217;anno giunge alla sua quarta e attesissima edizione.  Si tratta di un festival internazionale che presenta al pubblico italiano gli immaginari prodotti dalla cultura contemporanea, legati al cambiamento, alle nuove rappresentazioni del corpo e delle identità. Il festival propone una serie di appuntamenti che concerne proiezioni cinematografiche, spettacoli di danza e teatro, performance, mostre e installazioni di arti visive, incontri e convegni di letteratura, concerti e live set con musicisti e dj.  Il gender bender realizza l&#8217;incontro tra fenomeni culturali e comunicativi apparentemente lontani e contradditori, indicando come è possibile in maniera assolutamente creativa andare oltre norme e stereotipi, giocando con maschile e femminile, confondendoli, mostrandoci il fasullo come autentico in una dimensione dove l&#8217;artificio non ha fine e il reale non inizia.</p>
<p>Essi si appartengono, fanno l&#8217;amore, diventano una sola cosa.  Nomi come quelli di Matthew Barney, Marina Abramovic e Larry Clark nella sezione delle arti visive, presenteranno i loro cortometraggi e le loro performance all&#8217;interno del progetto Speaker&#8217;s Corner. Ospiti d&#8217;onore anche nella sezione teatro quali Gisèle Vienne, coreografa francese, e Ane Lan, artista norvegese -già ospite alla Biennale di teatro di Venezia-.  Nella sezione musica troviamo gli Hidden Cameras con sapori sixties e travolgenti ballate.  Quello dell&#8217;autentico è un falso mito, che certamente ha il futuro segnato in un&#8217;epoca post-moderna come la nostra. Eppure lo troviamo ancora dentro le bocche beanti di chi si sente in grado di poter giudicare, distribuire consigli in omaggio.</p>
<p>Sarebbe meglio inghiottire invece e dare spazio a nuovi sentimenti di tolleranza nei confronti di chi il coraggio l&#8217;ha trovato, la forza di scendere a compromessi con il proprio io, abbandonando la persona che era, per diventare la persona che desidera essere. Generi e categorie a parte, esiste modo d&#8217;essere più autentici?</p>
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