“Le stelle perdute” di Robert Rainbell
By Francis • Gen 19th, 2009 • Category: Recensioni, libri
RECENSIONE E SINTESI DI UN LIBRO DIMENTICATO
“Le stelle perdute” di Robert Rainbell (a.k.a. Roberta Rambelli), I Romanzi del Cosmo, Ponzoni Editore, 1960.
Dopo tre decenni mi accingo a rileggere questo libretto di fantascienza popolare andato perduto: l’avevo scovato nella casa piena di libri polverosi di un mio zio, l’avevo preso a prestito a sua insaputa e dopo averlo letto avidamente glielo avevo rimesso a posto. Purtroppo alla sua morte altri parenti avevano buttato via tutte le di lui collezioni!
Grazie ad internet ho trovato un’altra persona che possedeva una copia de “Le stelle perdute” e me la sono fatta arrivare per posta grazie ad un buon amico. Questo libro non è stato ristampato e ciò è davvero un peccato perché la storia è entusiasmante!
C’era un tempo in cui gli autori di fantascienza italiani erano costretti a darsi dei nomi americani per risaltare di più, un po’ come i registi di certi nostri film “di serie B”.
“Le stelle perdute”, della grande traduttrice ed autrice di romanzi Roberta Rambelli, non è per nulla di serie B.
Si tratta di un’avventura dai toni veramente epici.
In un remoto pianeta situato insieme al suo sole nel vuoto intergalattico, a distanze considerevoli da una galassia, si è sviluppata una civiltà umanoide che vive in un’epoca equivalente alla nostra antichità: si combatte con le spade, le lance ed i carri falcati, si vive in città fortificate, ci sono due regni in lotta per il predominio, si adorano come divinità delle pasciute tigri addomesticate…
A bordo dell’astronave esplorativa “Loki” (dio della mitologia scandinava) c’è una spedizione di scienziati umani. Essi hanno scoperto questo mondo chiamandolo “Nesos” (l’isola) ed hanno deciso di studiare le genti che vi abitano. C’è un dibattito fra gli scienziati in merito all’origine degli abitanti del pianeta: umani fuggiti dalla nostra galassia in epoche antiche e regrediti ad un’età barbarica oppure umanoidi evolutisi per proprio conto? Un giovane alloetnologo del Loki di origine svedese, Erik di Vega, si offre volontario per approdare su Nesos e a tale scopo assume l’identità di un audace “Alfiere Mark” nella Legione immortale degli Awks, ovvero il gotha militare di uno dei due regni in lotta. Erik crede fermamente di essere Mark: infatti, prima di atterrare su Nesos, uno dei professoroni della spedizione l’ha convinto a farsi fare una sorta di condizionamento psichico grazie ad una macchina e gli ha così confezionato dei ricordi fittizi. Dopo anni di studi grazie alle “onde-spie” gli umani sono riusciti perfino a ricostruire il linguaggio degli abitanti di Nesos!
Agli abitanti di Nesos è preclusa una visione notturna come la nostra. Essendo il loro sole isolato, esterno di molto ad ogni galassia, le notti nesiane sono prive di stelle e rischiarate solo da due lune che orbitano attorno al pianeta. Pertanto al sole di Nesos gli uomini della spedizione umana hanno dato il nome di “Monos”, l’unico.
Il vuoto cosmico in cui sono immersi i nesiani dev’essere enorme dato che non sembra riescano ad intravedere i barlumi di remotissime galassie (nel libro non si accenna a ciò; ad esempio dalla Terra riusciamo a vedere ad occhio nudo la galassia di Andromeda).
Tutte le vicende sono raccontate in prima persona da Erik/Mark stesso.
L’oscuro Mark fa carriera nella legione ed entra nelle grazie del re degli Awks, al quale salva il trono svelando un complotto ordito dai suoi figli in combutta con gli odiati nemici Krim.
Il re però ha qualche dubbio su di lui:
“- Io non chiedo nulla, Onnipossente – replicai. – E sono venuto qui perché tu me lo hai comandato.
- Soltanto? – mi beffò il Re. – Sei venuto su questa terra soltanto perché io te lo avrei comandato? E non vuoi nulla, assolutamente nulla? Perché non hai il coraggio di dire che ti ha mandato qui la tua gente, per asservire me ed il mio mondo alla tua civiltà?”
(Sembra che sia arrivato Cortés a rovesciare Montezuma…)
Poi però il Re si convince dell’onestà di Mark e lo adotta come suo figlio, investendolo della corona di Principe.
A palazzo Erik/Mark ascolta per la prima volta la leggenda antichissima del suo popolo e così noi lettori abbiamo la conferma che gli abitanti di Nesos non sono degli umanoidi bensì degli umani transfughi dalla nostra galassia che, in un’epoca di torbidi, raggiunsero Nesos perdendo poi le astronavi e regredendo a una civiltà pretecnologica.
“In principio erano le Stelle, ed il Popolo viveva sotto il loro splendore, ed i fiumi scorrevano miele, i frutti più dolci crescevano sugli alberi, ed i mohim e gli agnelli dormivano negli stessi covili, gli uomini non si uccidevano ma si amavano e si aiutavano. Poi venne la Grande Paura, e genti straniere minacciarono il Popolo, che sarebbe perito, se gli Dei non avessero insegnato agli uomini a costruire le Barche del Cielo, fatte di ferro, che volassero come uccelli attraverso gli spazi, per portarli salvi fino a questo mondo. E le Barche del Cielo lasciarono per sempre le Stelle, e gli Dei le guidarono fino alla nuova vita.” (mohim: creature striscianti e prive di testa, tra la fauna predatrice autoctona di Nesos)
C’è un momento della storia che ricorda l’epico scontro della guerra di Troia tra Achille ed Ettore:
“Mi buttai con tutto il mio peso contro Adiarte per rovesciarlo dal carro; dalle occhiaie dell’elmo i suoi occhi avevano balenii pazzi di paura. Ed in quel momento gli uomini della legione stavano riconquistando Katla, sbucando fuori dai canneti del Varis, a dispetto delle tregue giurate, perché io, io, il Nato dall’Onnipossente, l’avevo voluto.”
(Katla: città degli Awks da poco conquistata dai nemici Krim; Mark guida un forte esercito per riprenderla e ci riesce grazie ad uno stratagemma; Varis è il nome di un fiume)
Non mancano degli accenni gotici:
“Di gradino in gradino salii fino all’altare dietro cui si apriva la porta delle carceri del Tempio, sull’orlo della profonda fossa in cui gettavano i sacrifici agli Spiriti della Morte (scheletri) …nella fossa illuminata da due torce che andavano spegnendosi lentamente e sul fondo, con il cranio spaccato nella caduta, ancora avvolto nel manto violetto dei messaggeri, gli occhi spalancati come a cercare un cielo che non avrebbe più visto, c’era l’Alfiere Draut.”
Erik/Mark un giorno scopre una strana cosa:
“era un lungo fuso nero, splendente liscio e perfetto senza una giuntura od un chiodo…estraneo al mio mondo…”
E’ il velivolo mandatogli dalla spedizione per ricuperarlo e così, come il profeta Enoc, Erik raggiunge il Cielo:
“La mia destra trovò da sola la leva esatta, come se avesse ormai connaturato il gesto da una lunghissima consuetudine, e la macchina vibrò per un attimo eterno…ed io ero nello spazio, come un falco, più in alto ancora, dove nessun uomo era mai stato. La terra sotto di me era piccola, curva e buia, e la notte azzurrigna era scomparsa, le lune non versavano più la loro dolce luce sul riposo dei mortali.”
La storia non finisce qui: ci sono altre sorprese che non rivelo.
La copertina del libro però non mi sembra adatta alla vicenda narrata: il selvaggio impellicciato che guarda la parte di un’astronave atterrata non c’entra nulla con i più evoluti abitanti di Nesos. All’interno vi sono pure delle ingenue illustrazioni.
Insomma, “Le stelle perdute” è un’avventura memorabile ed avvincente, adatta a chi ama la fantascienza avventurosa e le saghe epiche. A mio avviso quest’opera meriterebbe una RISTAMPA IN UN’EDIZIONE DI LUSSO!
Roberta Rambelli (1928-1996) oltre che traduttrice è stata direttrice della rivista “Galassia”, direttrice di collane ed autrice di diversi racconti e romanzi firmati sotto pseudonimi anglosassoni. Nel febbraio del 2007 “Collezione Urania” le ha reso gloria pubblicando il bellissimo “I creatori di mostri”, un altro affascinante romanzo avventuroso degno del miglior Van Vogt o delle più riuscite puntate di Star Trek: in quest’opera compare già Erik di Vega come una sorta di deus ex machina. I caccia stellari si chiamano Werner chiaramente in omaggio a Von Braun, c’è un mistero cosmico da svelare, antiche civiltà aliene da scoprire, insomma…si viene irretiti dalla vicenda e non si vede l’ora che arrivi alla conclusione. Qui siamo nel 1959.
Ed ora il mio invito è di andare in cerca delle ultime copie rimaste del libretto recensito: buona caccia! Non ve ne pentirete.
Francis: Nato il 4 luglio 63.Trasmetto a Onde Furlane dal 1984. Indigo esiste dal 1993.Ho scritto due libri in friulano, "La maree nere" e "Sense" più vari racconti sulla rivista "La Comugne". Collaboro con la rivista "Ascension".
Di mestiere sono magazziniere.Dal 2004 sono la voce dei riformati Soglia del Dolore.
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