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22.06.2008 – My Bloody Valentine @ Roundhouse (Camden, Londra)

By Marco Kitsune • Lug 18th, 2008 • Category: Reportage

Viviamo in strani tempi. Ciò che sembrava sacro e immutato nel tempo torna invece ai giorni nostri e chiunque può finalmente farne esperienza. Nulla èintoccabile, persino i Sex Pistols fanno uscire un album nuovo. Si sono riformati tutti, dai Led Zeppelin ai Verve. Abbiamo quasi tutta la storia della musica a portata di mano, possiamo andarci a vedere i Rolling Stones e il giorno dopo i Doors, poi perchè no i Bauhaus e così via.

Dispiace un po’ vedere la leggenda intaccarsi con l’inevitabile passare del tempo. Ma a volte i miracoli accodono davvero, e queste volte sembra che la magia non se ne sia mai andata. Come nella reunion dei Pixies. I My Bloody Valentine sono una delle ultime vere band di culto che abbiamo. Pubblicano Loveless, il loro capolavoro assoluto nel 1991, talmente bello e innovativo che uccide sia la scena nata con la band (lo Shoegaze, o Dream Pop come lo chiamano gli americani) che la band stessa. Niente è all’altezza di Loveless, niente potra’ esserlo, quindi perchè provarci? E così la band si ferma, nel 1992 un ultimo tour poi per 16 anni piu’ nulla. E ora nel 2008 mi ritrovo alla loro terza data consecutiva (di 5) al leggendario Roundhouse di Camden Town a Londra, e non riesco a crederci.

Ad aprire lo show ci pensa Graham Coxon (ex Blur) da solo, smanetta un po’ con loop di chitarra, canta un paio di pezzi, e per il resto del tempo emette suoni interessanti dalla sua Fender. Il tutto con l’eterna aria da adolescente indie londinese scazzato. Simpatico, ma non siamo qui per lui.

Infine arrivano loro, e sono uguali a 16 anni fa. Uguali nell’aspetto (in particolare Belinda Butcher sembra esser rimasta ibernata fino ad ora), nella scaletta (la stessa dell’ultimo tour del ‘92, nessuna canzone dal prossimo annunciato album) e nei volumi.
Perchè cari i miei shoegazers esangui della nuova generazione (che ascoltate solo cose rassicuranti tipo Slowdive o, molto peggio, le nuove, moscissime, band Nu-Shoegaze), i MBV erano una delle band piu’ apocalitticamente rumorose che siano mai esistite. E anche questo aspetto viene preservato, vengono distribuiti tappi per le orecchie a tutti all’entrata, e appena i MBV attaccano con la prima nota di Only Shallow si capisce perchè. Non è descrivibile a parole il volume a cui suonano. Incredibilmente si sentono persino le voci. Sono ancora la quintessenza dell’estetica Shoegaze, guardano sempre fissi, sono immobili. Al centro Debbie Googe al basso che ondeggia furiosamente su e giàma senza mai muovere un piede e Colm O’Ciosoig  alla batteria è una macchina da guerra. Ai lati del palco Belinda Butcher (in un delizioso abitino bianco) e Kevin Shields (rimasto identico ma coi capelli ingrigiti, mi ha ricordato Daevid Allen dei Gong) non pronunciano mai una parola al pubblico. Kevin Shields ogni tanto dice “Thank you”.

Subito per seconda (forse troppo presto) arriva When You Sleep, sognante ancora piu’ che nell’album. Presto arriva Lose My Breath, unico brano acustico cantata col consueto tono angelico dalla Butcher, un incanto. Fa desiderare di avere piu’ brani così nel live, magari un ripescaggio di No More Sorry, o Moon Song.
To Here Knows When è una spirale che risucchia tutto il pubblico, ormai in trance ed estasi. Qualcuno ogni tanto poga, a dire il vero. Slow sembra uno dei migliori singoli pop di sempre e ci si chiede come sia possibile che non sia ancora stata ristampata assieme al resto dell’ep You Made Me Realise.
L’assenza di alcuni brani dispiace moltissimo (Soft As Snow, Swallow, Honey Power suonata però le sere precedenti), ma l’assenza di Sometimes (usata anche dalla Coppola in Lost In Translation) è quasi scandalosa.
Ma pazienza, il resto è così incredibile… Come Soon, unico vero e proprio “singolone” della band, accolto con un’ovazione, potente e maestosa, col suo finale ripetuto all’infinito.

Chiude, come nel 1992, You Made Me Realise, che originariamente durerebbe meno di 3 minuti, ma che live raggiunge e a volte supera i 30. Il resto del brano è un unico, continuo Drone suonato ai volumi più’ stratosferici, con la sezione ritmica che picchia incessantemente per tutto il tempo. La reazione del pubblico è eterogenea, dalla perplessità al riso allo sbigottimento alla noia. C’è chi (tanti) pur coi tappi si mette le mani a coprire le orecchie. Poi, dopo i circa 30 minuti di questo terremoto, il brano riprende e si conclude in un attimo.

E la band lascia il palco, nessun bis. Che effettivamente sarebbe ridicolo dopo una conclusione così.
E noi, il pubblico, ce ne andiamo a casa, con le orecchie che fischiano e nel cuore un concerto che non scorderemo mai.

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