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Speciale: Monografia Slowdive

By Writer For A Day • Lug 20th, 2007 • Category: Articoli

Gli Slowdive possono giustamente essere collocati tra i grandi della musica. Pop, shoegaze, dream-pop, con accenni gothic e tanta malinconia. Il quintetto, originario di Reading, conoscerà la sua genesi nel lontano (ma neppure troppo) 1989 dalle menti di Neil Halstead e Rachel Goswell al canto e alle chitarre, Nick Chaplin al basso. A questo terzetto embrionale si aggiungeranno il batterista Adrian Sell e il terzo chitarrista Christian Savill.

Il mondo indie trepida nell’attesa dell’uscita del loro primo disco, visti i riscontri notevoli raggiunti dai due primi ep. Il capolavoro arriva subito. La Creation, etichetta simbolo del movimento shoegaze, che aveva assoldato sotto le sue fila anche i più blasonati My Bloody Valentine, li guida verso il loro primo album, intitolato Just For A Day, pubblicato nel 1991.

 Just For A Day è emozionante, celestiale, fluido, lento, cadenzato. Meteora fra le più luminose degli anni Novanta, in quell’anno di continui gioielli sonori che è il 1991, l’album segneràvette melodiche irraggiungibili sia per i cinque inglesi che per quella commistione di pop, dipinto da spleen decadente, e shoegaze. E gli oltre sei minuti di ‘Spanish Air’ incantano come pochi. Violini, feedback, batteria che incalza e una voce femminea si stendono in fronte a noi.

E dalle note celestiali della traccia introduttiva, passiamo a quel gioiello pop che risponde al nome di ‘Celia’s Dream’. Se l’avvio vellutato preannuncia scenari tranquilli, ovviamente disattesi con una chiusura stracolma di feedback e psichedelia, ‘Catch The Breeze’ si annuncia come il capolavoro dell’album: malinconia come se piovesse e note spaziali, note che vanno oltre semplici coordinate, note che sanno di vuoto e malinconia, note che avvolgono e stritolano. E uccidono. E la notte pare calare su noi mentre la litania di ‘Ballad Of Sister Sue’ si abbatte su di noi. Chitarre e violini. Ritmi decadenti, note spente e calde, tepori pop. E se ‘Erik’s Song’ si immerge nel liquido amniotico più denso, in uno slancio quasi ambient, Waves tratteggia l’essenza di quelli che saranno i successivi Slowdive. Ritmiche sostenute, voci in evidenza, chitarre ancora in primo piano, e attitudine radiofonica. Non sia però quest’ultimo elemento fonte di diffidenza, perchè alle vene psycho di ‘The Sadman’ non si può rimanere indifferenti, perchè dallo slancio punk di ‘Primal’ no, non si può non lasciarsi trascinare. Sull’onda dello stupore, la Creation pubblica un ep che raccoglie alcune tracce inedite, dalla celestiale e trasognata ‘Avalyn I’, ai tepori fingerpicking di ‘Losing Today’.

 1992. Souvlaki. ’Alison’ traccia la via degli scenari pop dei quali si parlava precedentemente. E se , alla stregua della prima traccia, il primitivo romanticismo di ‘Machine Gun’ apre la strada verso territori inesplorati, ‘40 Days’ si proietta verso orizzonti prog-pop in bilico fra Smiths e Byrds. La successiva ‘Sing’, dai contorni marcatamente electro-gothic, si apre come un’autostrada davanti a noi.

E allora, ci chiediamo, com’è possibile non rannicchiarsi su se stessi alle note di ‘Here She Comes’? Però il quintetto, che nel frattempo ha subito diversi cambi di line-up alla batteria, sa stupire, e ‘Soulvaki Space Station’ ne  la prova tangibile. Cantato sognante, groove potente e chitarre in bella vista. Ancora loro. E ancora vertici. Il climax di When The Sun Hits è l’ulteriore conferma. Chitarre che si stendono come ali, chitarre che si agitano, chitarre che si scaldano. E tutto pare avvolto da un vello magico. E poi c’ ‘Dagger’. Pugnalata al cuore. E lacrime, serve altro? La Creation, interessata agli spasmi brit-pop, nonchè Gallagher mania, abbandona gli Slowdive alla vigilia della pubblicazione di ‘Pygmallion’. Illuminato da fugace splendore, la loro terza e ultima prova, rinnova i fasti dello shoegaze ai tempi del folk. ‘Rutti’, minimale e dimessa, si dipana fra note ripetute in loop e canto che si trascina nei suoi lunghi dieci minuti. La bucolica ripetitività di ‘Crazy For You’ apre la strada a quel gioiello di intrecci folk-gothic che risponde al nome di ‘Mirando’. E se gli slanci avant-electro di ‘Trelissaze’ paiono forse eccessivi dato il contesto, il fluido scorrere di note di ‘J’S Heaven’ pare consolare come pochi. La smania anti-commerciale del gruppo porterà alla pubblicazione dei sette minuti di ‘Blue Skied An’Clear’ come singolo. Ancora loop ed elettronica in prima vista. Le coordinate shoegaze paiono spezzarsi. Gli Slowdive vivono di vita propria. E la spettrale ‘All Of Us’ testimonia il cambio di rotta. Flirt con il neo-folk, ecco cosa saranno gli ultimi Slowdive. Poi il nulla. Il gruppo nel 1995 si scioglierà per dar vita al nuovo progetto Mojave 3. Ma questa, in fondo (o forse pure no), è un’altra storia.

Thanks to Alberto Asquini

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