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POUR SYLVIE (1996)

By Kingmob • Mar 15th, 2007 • Category: Racconti

(PAST, PRESENT & FUTURE TENSE)

Aggrappato alla finestra come un Gargoyle, mi ero sporto in avanti e annaspavo cercando l’aria.
Poteva anche piovere, ed esserci veramente un tempo di merda, ma era Londra, cazzo, Londra, e nient’altro era più importante di questo per me.
Era la vita.
E mentre guardavo la notte nebbiosa attraverso i finestrini semi-appannati della macchina, pensavo – no – sapevo, che ci sarebbero stati ancora lunghi inverni per me, e che avrei atteso ancora impazientemente la sensazione di stupore e gioia che dava l’inizio della Primavera.
No, non era ancora finita, malgrado tutto.
Siamo a Londra. Sylvie ed io camminiamo assieme nella strada dirimpetto al Natural History Museum. E’ Inverno e fa freddo, un freddo molto intenso ma comunque sopportabile, certo più tollerabile di quanto pensassi potesse essere questo periodo in Inghilterra. Lei ed io camminiamo vicini, senza toccarci, e nuvolette di vapore escono dalle nostre bocche quando parliamo e respiriamo.
Mi accorgo che siamo entrambi vestiti di nero; io con il mio cappotto e una sciarpa, e lei ha una sciarpa uguale, un cappottino delizioso, una gonna deliziosa che le lascia scoperte le altrettanto deliziose ginocchia, calze e stivali, tutto rigorosamente nero.
Tra breve passeremo davanti al Victoria and Albert Museum, quindi attraverseremo la strada dirigendoci verso Harrod’s.
Sono immensamente felice, e quasi non parlo per non darlo a vedere. Lei è cambiata da quando l’ho conosciuta, ma si tratta di un cambiamento vago e indefinibile; forse il naso più sottile, i capelli leggermente più corti e scuri sciolti sulle spalle.
Nella mia mente, in sottofondo “Perfect Day” suonata dai Duran Duran, ripete in loop infinito la sua ultima frase -
YOU’RE GONNA REAP JUST WHAT YOU SOW -
“Stai per raccogliere ciò che hai seminato”, come un oscuro presagio.
In fondo siamo vestiti a lutto, come se stessimo andando ad un funerale, ma allora perchè siamo così felici?
Ogni separazione preannuncia la morte, così come ogni nuovo incontro anticipa la resurrezione.
Quando avrà finito di leggere queste righe, Sylvie si avvicinerà a me con gli occhi colmi di lacrime e il cuore d’ambra (ma c’è il mio cuore dentro), mi getterà le braccia al collo appoggiando una guancia sulla mia spalla.
Le solleverà il viso rigato di lacrime e ne asciugherà una carezzandola lentamente con un dito. Le sue lacrime scivoleranno già per le guance e dovrà lottare con me stesso per reprimere il violento desiderio di baciarla sulle labbra. Saprà, come in fondo so già, di non poterlo fare.
“Non potrà mai amarti in questo modo” si dispererà lei continuando a singhiozzare.
“Shh, lo so.”
Sarà la cosa più dura, sarà il dover abbandonare chi si ama veramente.
Le prenderà la mano tra le mie, e con lavoce rotta dall’emozione le dirò addio.
“Troverai qualcun’altra…”
Già… Qualcuna con i tuoi occhi… e i tuoi capelli…

Era impossibile smettere di pensare a lei… Sylvie… così persa dentro alle sue paranoie… impossibile smettere di amarla, di amare i suoi piccoli problemi, perchè erano parte di lei.

Ed alla fine realizzerà di non avere più paura di morire senza mai avere amato, perchè io HO Amato.

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Kingmob: Fabrizio Milovich (aka "KingMob", aka "Mylo", solo alcune delle sue identità alternative), nato nel 1974, attualmente risiede all'Arkham Asylum, in una cella imbottita che di recente ha assunto prospettive pericolosamente lovecraftiane... E' religiosamente tabagista e scrive nei rari momenti di lucidità. Autore tra l'altro dei racconti "Il sorriso dello stregatto", "L'anno in cui tutti mi offrivano da bere" e del romanzo "Il caffè Zen" rimasto incompiuto e che verrà pubblicato postumo grazie a particolari accordi editoriali, dichiara di ispirarsi ad Alan Moore, Neil Gaiman e Grant Morrison, ma essi, se interpellati, negheranno.
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