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TUTTE LE FESTE DI DOMANI

By Kingmob • Mar 6th, 2007 • Category: Racconti

IL CAFFE’ ZEN: TUTTE LE FESTE DI DOMANI

‘Perchè il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo.’ ANDREA PAZIENZA Marta sembrava scrutare quelli che erano stati gli amici della sua infanzia con incantevoli occhi di un azzurro indefinibile dalla foto della sua epigrafe. Tutti quei volti, che un tempo lontano furono i compagni delle scuole elementari, ora presenziavano al suo prematuro funerale. Non aveva neppure compiuto trent’anni, eppure per lei la vita si era bruscamente conclusa la settimana precedente con un’overdose di sonniferi. Niente dolore. Non per lei, almeno.

Marco non l’aveva mai conosciuta, non direttamente, ma ora, guardandola nella foto che la ritraeva, si rendeva conto di averla incontrata più volte, senza prestarle mai attenzione.

Era questo che l’aveva uccisa? L’indifferenza inconsapevolmente spietata della gente, quella stessa gente che dopo essersi persa di vista per troppi anni, ora si ritrovava riunita solo in occasione di quell’estremo saluto, e già finita la funzione si sarebbe scordata frettolosamente di lei mentre si riprometteva di tenersi in contatto, mentre ci si scambiavano numeri di cellulare e si proponevano riunioni in pizzeria. Così, la sua fine sarebbe stata archiviata in una mattina uggiosa mentre Marco avrebbe riflettuto sul fatto che lui, in fondo, a quel funerale non avrebbe dovuto proprio prender parte, ma cosa non si fa per gli amici. Si trovava là perchè glielo aveva chiesto Terry, per avere una spalla su cui piangere nel caso non ci fosse nessuno di conosciuto, e quando Terry chiedeva aiuto, Marco c’era sempre.

Non era invece vero il contrario, ma questo era dovuto al fatto che Marco avrebbe preferito morire piuttosto che chiedere aiuto agli altri.

A pensarci bene, era proprio ciò che era accaduto a Marta.

Marco approfittò della vicinanza alla porta della chiesa e, un po’ chiedendo permesso e scusa e un po’spintonando, guadagnò l’uscita, tanto Terry era assorta nell’omelia e immersa in una nube di Valium e calmanti vari. Lui diede un’ ultimo sguardo alle sue spalle, vedendola imbambolata e con gli occhi lucidi, ma speranzosamente non ancora prossima al pianto.

Bisognava essere grati alla chimica per gli ansiolitici che ti permettevano di tenere quello stato di angoscia in sospeso. Almeno fino a che non finiva il loro benefico effetto.

Marco non aveva preso nulla quella mattina, e la chiesa sembrava aver assunto per lui, ad un dato momento, le stesse dimensioni della bara che accoglieva davanti all’altare. Doveva prendere una boccata d’aria, magari accendersi una sigaretta e fare finta che gliene fregasse qualcosa di quella ragazza che si era suicidata.

La sensazione più forte che aveva avuto era che se Marta fosse stata ancora viva, lui avrebbe dovuto chiederle di uscire. Avrebbe dovuto tentare un approccio tranquillo, buttarla là con disinvoltura facendo finta di essere relativamente interessato. Erano coetanei, più o meno frequentavano le stesse persone anche se si erano incrociati raramente e non si erano mai presentati. Lei era stata una morettina molto interessante, con i capelli a caschetto e la pelle pallida come la luna, ed i suoi occhi azzurri aumentavano il contrasto con il colore corvino della chioma.

Era stata.

Non era più.

Pensò all’inutilità delle proprie fantasie mentre avvicinava una Marlboro light alle labbra già protese a riceverla. Accese la sigaretta e inalò profondamente, quindi espirò con forza e attese che la nuvoletta grigia che si era formata davanti al suo campo visivo si diradasse mentre tossiva.

Là dentro aveva intravisto un paio di volti noti che ovviamente, a causa del suo passato di tossicodipendente, avevano fatto finta di non conoscerlo glissando sul suo sguardo insistente.

‘Pazienza’ pensò, in fondo erano tutti solo dei bigotti in vena di esserci, come se quello non fosse un vero funerale, ma un evento mondano al quale non bisognava assolutamente mancare. Carità cristiana? E chi ne ha bisogno? Marco tornò all’interno giusto in tempo per risalire controcorrente tra la folla che stava uscendo dalla chiesa per accompagnare il feretro. Vide spuntare Terry in mezzo ad un gruppo di ragazzotti alternativi (alternativi a cosa, poi?) e decise di fare dietro-front e aspettarla fuori.

Ora la piazzola antistante la chiesa si era gremita di giovani dall’aria disperata e ragazze con occhiali da sole per coprire le occhiaie da pianto. Marco non dubitava che ci fosse chi soffriva veramente, ma quanti erano rispetto alla totalità delle persone presenti? Certamente Teresa era tra chi provava vero dolore, e lui non potè fare a meno di avere un moto di tenerezza nei suoi confronti; d’altronde la considerava la sua migliore amica per qualcosa, o no? Lei se ne stava là, lo sguardo basso ed un pacchetto di fazzoletti di carta in mano, l’aria goffa ed imbarazzata e gli occhi di un azzurro simile a quello degli occhi di Marta, ma piùsbiadito. Marco sapeva che era un gioco di luce che rendeva gli occhi di Terry cangianti, ma comunque incantevoli, anche cosi, arrossati ed incorniciati da palpebre appesantite da stanchezza e dolore.

In quel momento si trovavano sulle due sponde opposte di un piccolo Mar Rosso umano, diviso dal passaggio degli impiegati delle pompe funebri che portavano la bara, con espressioni sofferte dettate dal contegno professionale del loro particolare settore.

Marta stava per iniziare l’ultimo tratto del suo ultimo viaggio su di un veicolo terreno: verso il luogo della sua sepoltura.

La folla si richiuse come i flutti di una mareggiata e Marco riuscì ad avvicinarsi a Teresa proprio mentre lei cominciava a singhiozzare; la strinse a sè in modo un po’ brusco, incapace di dosare il gesto, e lei affondò il suo viso sul petto di lui, abbracciandolo stretto, le mani allacciate dietro la sua schiena che stringevano fazzolettini umidi di pianto.

‘Te la senti di andare al cimitero?’

‘…No, Marco, io…portami via, ti prego. Non ce la faccio…No, non ce la faccio.’

‘D’accordo.’ Marco la prese sottobraccio, asciugandole le lacrime dalle guance.

‘Vieni, ti offro una tazza di thè, bella.’

***

Si allontanarono abbracciati, lei che singhiozzava e lui che tentava inutilmente di consolarla, seguiti da una ragazza a poca distanza.

‘Terry! Ehi Terry!’ chiamò la giovane mentre li raggiungeva. ‘Sono Silvia, ti ricordi?’

Teresa si staccò da Marco e guardò la tipa esitando, soppesando i dettagli fisici nel tentativo di trovare nell’archivio della sua memoria chi potesse essere.

L’impressione era che fosse molto più alta e slanciata di quanto Teresa si aspettasse che…Silvia, sè, era proprio lei, potesse diventare. Da bambina era stata grassoccia e aveva portato i capelli corti. Ora, il brutto anatroccolo sembrava essersi trasformato in un cigno. Abbronzatura artificiale, completino nero con giacca sfiancata e pantaloni a vita bassa quantomeno fuori luogo per l’occasione, lisci e lunghi capelli biondi ed un nasino aristocratico che le dava una indefinibile nota di antipatia. Riconoscendola, Teresa sbattè le palpebre con espressione stupita nel vedere l’evoluzione della sua amica e rivolse il suo abbraccio alla ragazza, che faceva parte della vecchia classe elementare cui erano appartenute lei e la sfortunata Marta.

Il terzetto si diresse verso un bar poco distante, che aveva dei tavolini esterni sotto degli ombrelloni rettangolari. Dato che fumavano tutti e tre e che il tempo era abbastanza clemente, sembrò naturale prendere posto fuori. Ordinarono da bere e le due ragazze ripresero a chiaccherare tra loro lasciando Marco comprensibilmente fuori dai loro discorsi. Ad un certo momento, Silvia chiese a Teresa se Marco fosse il suo ragazzo, e visibilmente imbarazzati, entrambi le risposero di no.

Marco cominciava ad essere annoiato da tutto questo fluire di antichi ricordi, anche se si incuriosiva quando il discorso indugiava su Marta e sui particolari del suo estremo gesto.

Mentre finiva il suo caffè, Marco guardò Silvia, rivolgendosi direttamente a lei per la prima volta da quando si erano seduti.

‘Ma qualcuno sa perchè l’ha fatto?’�

‘A dire il vero no, anche se sembra che stesse passando un periodo di forte depressione, ultimamente. Ma non ha lasciato nessun tipo di messaggio, e nessuno si aspettava qualcosa di simile, se è questo che vuoi sapere.’

‘Senti, hai detto che Marta ha preso una dose eccessiva di barbiturici..’

‘Barbiturici no, credo fossero semplici sonniferi, ma nessuno conosce i dettagli oltre alla polizia.’

‘La polizia e i genitori di Marta’- intervenne Terry.

‘Quindi potrebbe anche trattarsi di un incidente, in realt…’- chiese Marco, appoggiando la tazzina di caffèormai vuota sul suo piattino e iniziando a giocare col cucchiaino.

Silvia rovistò nella borsetta, prese una sigaretta e accendendola, espirò, quasi sbuffando le parole assieme al fumo.

‘Io lo escluderei. Credo che i genitori di Marta abbiano tirato su un casino per poter celebrare il funerale…Per i cattolici il suicidio è forse il peggiore dei peccati, e ovviamente il parroco non la voleva fare, questa funzione. Contando poi che Marta era tutt’altro che una fervente cristiana…’

Terry si irrigidà.

‘Cioè’- chiese stizzita. Un certo tono di disapprovazione stava cominciando a permeare in modo fastidioso il discorso dell’amica, secondo lei.

Silvia si accorse che quel atteggiamento non si adattava molto ad una conversazione su di un’amica a cui si era appena detto addio.

Correggendo il tiro, continuò:

‘Non intendevo dire nulla di male, volevo solo dire che Marta era una che si divertiva, come tutti poi…e poi si interessava alle religioni orientali, e a tutte quelle robe da fumati..A quanto ne so, i suoi interessi non collimavano affatto con l’etica e i valori cristiani. Era un po’ sballata, ecco.’

Terry le lanciò un’occhiataccia.

‘Girano voci che si frequentasse con uno sposato.’

‘E allora? Credo fosse abbastanza matura da frequentare chi voleva, no?’

Terry si era protesa sopra il tavolino del bar, verso la sua amica, con aria minacciosa.

Marco, conoscendola bene, aveva compreso che Teresa era sulla via di una malcelata aggressività nei confronti di Silvia, che comunque sembrava essere proprio una gran scassacazzi.

Intervenne nel tentativo di sedare Teresa.

‘D’accordo, non fraintenderla, Terry. Sicuramente non intendeva dire che Marta fosse chissà che troia. Solo, probabilmente aveva veramente qualche casino che potesse giustificare un gesto così estremo.’

Silvia gli sorrise, felice di aver trovato una sorta di alleato che mediava le sue frasi interpretandole a Teresa.

‘Sì, sì, era questo che volevo dire…comunque poi i genitori di Marta, essendo pilastri della comunità parrocchiale, devono essere riusciti a convincere il parroco a officiare la messa funebre. Ma sul suicidio non ci sono dubbi.’

Intanto, Terry si era gradualmente calmata, anche se Marco aveva notato che man mano che la conversazione continuava, il suo sguardo si faceva sempre più assente.

‘Pump up the Valium’- gli suggerì il suo spirito. Gli effetti della medicina su di lei resero lui ansioso.

‘Forse è il caso che ce ne andiamo…’ – disse alzandosi e prendendo dolcemente Teresa per un braccio.

Lei si lasciò trasportare passivamente, improvvisamente assorta in una marmellata trasparente che aveva sostituito la realtà.

Pagarono le loro consumazioni meccanicamente, si salutarono con indifferenza e poi rimasero all’interno del Bar a guardare Silvia allontanarsi, attardandosi ad ascoltare ‘almeno tu nell’universo’ di Mia Martini, triste e appropriata colonna sonora trasmessa in modo più o meno casuale dalla radio del locale.

‘Quella è proprio cretina’ – sentenziò Terry. Si voltò verso Marco e alzò lo sguardo, accorgendosi con imbarazzo che gli stava stringendo forte la mano, forse un po’ troppo forte e neanche lei era capace di dosare il gesto, come non lo era stato lui poco prima davanti alla chiesa. Si fissarono per un lungo momento, lui sconcertato e lei con gli occhi dolcissimi ormai pieni di lacrime e di un’incontenibile impulso a lasciarle libere.

‘Piangi, bimba, sfogati’

Rimasero abbracciati per qualche minuto, lei che singhiozzava col suo viso affondato nel petto di lui, inzuppandogli la camicia di umido dolore.

Marco guardava con faccia assente il viale al di là della vetrata del bar, perdendosi ogni tanto nel proprio riflesso, studiando quel volto che non sembrava più appartenere a lui, quel volto al quale ormai, dopo poco più di trent’anni di convivenza, non riconosceva più alcuno sprazzo di spontanea vitalità.

Solo indifferenza. Non era vero, ma sul suo viso non traspariva l’emozione che provava in quel momento, non riusciva a vedere l’affetto che sentiva per Teresa, nè il dolore per la ragazza scomparsa. Provò una fitta di disgusto per sè stesso, una sensazione forte che non rappresentava una novità e che gli fece distorcere la bocca in una smorfia alla Billy Idol.

‘Dai, andiamo via. Tu devi andare a lavoro, ed io ho alcune cose da sbrigare…’

‘Va bene, Marco’- Teresa si asciugò ancora una volta le guance e gli occhi.

‘Senti, non so come ringraziarti, ci…sentiamo dopo, ok?’- Terry esitò nel lasciargli la mano mentre si accomiatava.

Si voltarono le spalle e procedettero in direzioni opposte.

Marco affondò le mani nelle tasche dei jeans e pensò che il destino che aveva avuto Marta poteva essere il suo fino a qualche tempo prima. Fino a neanche poi tanto, tempo prima. COMPENDIUM ONE.jpg

 

***

INTERLUDIO (1)

Viva.

Viva. Era certamente meglio viva che cos’, manichino di carne inerte, distesa sul letto con gli occhi fissi nel vuoto. Ora era solo una bambola di porcellana con occhi di ghiaccio e arti smisuratamente lunghi, e l’assenza di vita l’aveva privata anche della sua grazia. Osservandola, lui notò delle lievi imperfezioni nella sua anatomia che quando era stata viva non gli erano mai saltate all’occhio. Una leggera carenza nel rapporto tra le proporzioni del busto troppo lungo e la larghezza dell’anca. Le braccia ed il collo troppo sottili, i piccoli difetti nelle dita dei piedi, nodose e ricurve.

Ma in realtà tutta la stanza sembrava essere distorta nella sua percezione; tutto aveva assunto una luminosità rossastra, come se della sabbia del deserto si fosse posata su ogni cosa.

Pensò, confuso, se la camera conservasse memoria della sua presenza là, in quel preciso momento.

La nausea gli stringeva dolorosamente la bocca dello stomaco, e lui si rendeva conto con una sensazione di impotenza dell’irreversibilitò dei fatti. Doveva fuggire.

Prese un fazzolettino di stoffa dalla tasca e lo usò per chiuderle le palpebre, in quello che poteva essere un ultimo atto di compassione. Poi si girò, raggiunse la porta barcollando e , sempre usando il fazzolettino, se la chiuse alle spalle.

 

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Kingmob: Fabrizio Milovich (aka "KingMob", aka "Mylo", solo alcune delle sue identità alternative), nato nel 1974, attualmente risiede all'Arkham Asylum, in una cella imbottita che di recente ha assunto prospettive pericolosamente lovecraftiane... E' religiosamente tabagista e scrive nei rari momenti di lucidità. Autore tra l'altro dei racconti "Il sorriso dello stregatto", "L'anno in cui tutti mi offrivano da bere" e del romanzo "Il caffè Zen" rimasto incompiuto e che verrà pubblicato postumo grazie a particolari accordi editoriali, dichiara di ispirarsi ad Alan Moore, Neil Gaiman e Grant Morrison, ma essi, se interpellati, negheranno.
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