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The Cure | Festival 2005 [DVD]

By Dark Cloud • Gen 14th, 2007 • Category: Recensioni, dark-gothic

I can lose myself in Chinese art and Sicilian girls.

Il signor Smith di Blackpool non morde pipistrelli vivi sul palco, non spacca chitarre, non fa nemmeno un gestaccio. E’ un vero signore: arriva, si esibisce, ringrazia e poi se ne va salutando. Peccato dunque che sulla copertina del DVD compaia un inquietante advisory per aspiranti fan che non abbiano ancora compiuto i 15 anni. Peccato si trovi qui e non, ad esempio, in seduta stante sotto il logo di certe emittenti televisive. Del resto il concetto di volgarità è ormai sempre più soggettivo: come non poter interpretare nel modo sbagliato il paradiso reclamato in Just Like Heaven?!
Se avete ancora in bocca il sapore delle immagini e dei suoni di Trilogy (2003) attenti perchè FESTIVAL 2005 può deludervi molto oppure portare alle stelle la vostra ammirazione per i Cure. Ma soprattutto questo DVD è in grado di avvicinare nuovi adepti.
23 anni dopo il tour di Pornography Robert Smith canta e suona senza un tastierista al suo fianco: lo strumento che aveva contribuito imprescindibilmente a fare la fortuna della dark band più famosa del mondo viene messo da parte. Dato che questo non bastava, il ritorno al futuro è completato dal rientro nella line-up dopo 12 anni di Porl Thompson, co-fondatore dei Cure (nonchè cognato di Smith).
Il risultato è stupefacente: in un’era di produzioni ultra-patinate, lustrini e sovraincisioni selvaggie ecco che arriva un menir lo-fi di 30 canzoni grezze e dirette, che grattano e scavano fin dove devono arrivare.
L’immagine è granulosa, a tratti più lucida, a tratti del tutto amatoriale. Le riprese son tenute spesso da lontano in camera fissa o dal punto di vista dei roadies e del sempre folto pubblico. La novità è che le riprese sono state fatte davvero dal pubblico e dai roadies con delle telecamere distribuite prima del concerto! Un DVD fatto dai fan per i fan, dunque. Una simbiosi rivoluzionaria tra artista e spettatore.
Non cercate il dettaglio, non cercate la fedeltà cromatica, qui c’è solo sentimento, da prendere in tutte le sue sfaccettature, anche le più dolorose. Non cercate Friday I’m In Love, Why Can’t I Be You? o altri singoli da Greatest Hits, qui non c’è posto per loro, a parte qualche rara eccezione.
La scaletta è il risultato di un mini-tour estivo per l’Europa (memorabile la data all’anfiteatro romano di Taormina da cui sono estratte le monolitiche The Figurehead e Faith) di quei tour che fai senza il patema di dover promuovere un fottutissimo nuovo LP. E suoni ciò che ti piace, ciò che ti fa sentire vivo. Lasci a casa tutte le chitarre che ti hanno accompagnato per vent’anni e te ne porti solo una (la Schecter Signature nera), perchè quello che conta sono le canzoni.
E allora, messi da parte i tasti bianchi e neri, andiamo a riscoprire perle come le spettrali The Drowning Man e At Night, l’ispanica The Blood, torniamo ad utilizzare un linguaggio già sperimentato come Open e End in veste di colonne d’Ercole, suoniamo Inbetween Days e Just Like Heaven come se non avessimo mai voluto che fossero dei singoli pop ma nervose espressioni post-punk.
Gli album Wild Mood Swings e Bloodflowers è come se non fossero mai esistiti, solo dell’ultimo lavoro in studio ascolto brani di cui farei volentieri a meno (eccezion fatta per alt.end).
Un po’ deboli The Kiss e If Only Tonight We Could Sleep, ipnotica Shake Dog Shake, curiosa la presenza della popposa b-side Signal To Noise, irrinunciabile la disperata storia di From The Edge Of The Deep Green Sea.
La qualità del mix audio non rappresenta lo stato dell’arte della registrazione (anche se il canale Dolby èmolto meglio dello Stereo), a buon diritto è messa in rilievo la voce di Smith: fresca, ispirata, pungente, disillusa, in grado di rievocare gli spiriti più nascosti del periodo oscuro. Ma l’audio si sposa alla perfezione con gli umori dell’immagine, dove prendono forma pennellate acide e ruvide di colori psichedelici, monocromatici o fusioni con scenari visivi degni di un videoclip (come la ruota nella viscerale Fascination Street).
Il noise e la carica nervosa caratteristici di Thompson sono rimasti intatti e, nemmeno a dirlo, un’incontenibile Simon Gallup da patto-col-diavolo che farebbe invidia a un ventenne e che viaggia come un treno assieme al preciso Jason Cooper.
Qui c’è l’essenza più profonda dei Cure, c’è il ritorno alle origini, ai suoni scarni e diretti, ma in chiave nuova, con suoni più distorti e rudi. Un ritorno che dunque sembra avere molto di fresco, che piaccia o meno a tutti i fan.
Se il signor Smith doveva sciogliere il gruppo sembra che l’idea sia lontana anni luce e intanto si permette addirittura il vezzo di omaggiare le ragazze siciliane. Un vero signore.

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