diane arbus: la fotografa dei mostri
By Violamara • Dic 13th, 2006 • Category: Articoli![]()
Se ne è parlato di recente in seguito al deludente bio-movie di Steven Shainberg, Fur. Già esisteva una biografia, e milioni di scatti, infinitesimi di secondo intrappolati in pellicola nera lucida. La Arbus rappresenta senza dubbio una delle artiste più importanti del XX secolo, sfidando le abitudini, le convenzioni per arrivare in un non-luogo dove il bello e il brutto non esistono ma sembrano avvinghiarsi senza contegno, amarsi profondamente, fino a scambiarsi i rispettivi ruoli.
Anima tormentata e schiva, Diane mette in atto una poetica spettacolare dove la fotografia diventa atto globale, integratore delle limitate capacità umane e mezzo indiscusso di relazione con il mondo esterno. Un mondo esterno che la Arbus sembra detestare eppure dal quale resta inevitabilmente affascinata, incantata, talvolta posseduta in uno stato di morbosa curiosità, necessità di guardare quasi la retina potesse nutrire il bulbo, quasi dall’occhio ci si potesse nutrire.
Innocente vittima e carnefice insieme, Diane comicia ad osservare tutto, compresa se stessa, come da lontano. La vista è vitrea di lente e il cuore è niente più di una tichettante riproduzione meccanica. La macchina è fredda, dura e Diane è la macchina. Inarrivabile nel produrre il distacco da una realtà spaventosa e seducente nel suo scioccante, terribile impatto.
Alienata e alienante, comunque impenetrabile, la Arbus ama ritrarre soggetti in qualche modo inquietanti, dalle famosissime gemelle, agli anziani nudi in poltrona fino al bambino-manichino con le granate in mano al Central Park. La scelta dei suoi soggetti, guidata da quello che il senso comune considera puro senso dell’orrido, le fa guadagnare in breve il nominativo di “fotografa dei mostri”. Ma la Arbus non è più indifesa, non più fragile, non più vulnerabile quando il suo sguardo è incollato al visore.
Quello che in molti non capirono e che ancora adesso tanti non colgono è che le atmosfere che Diane riesce a creare, per quanto impressionanti, più che costrutti artificiali sono solo spaccati di realtà, di una America che finalmente ci appare così come è, non compiaciuta in sorrisi e morbidezze ma disturbata in quelle sue rigidità spigolose, contratte.
Niente a che fare con la Kidman, con il trash e con i peli di Fur ma in qualche modo drammatica e commovente è la poetica della fotografa suicida, in bianchi e neri ipnotici di infinita poesia, una poesia che non dà spazio a stupidi convenevoli, una poesia dove la verità non può essere scontata.
Violamara: Arianna è nata. Quasi subito si è messa a fare arte. Incredibilmente incline al guardare e al sentire amplificato, si dedica con passione alla fotografia e alla scrittura. Ama le scatole a forma di cuore, i mini pony e tutto ciò che è glitter. Vive e studia a Bologna.
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