Damien Hirst: la dissezione come estetica
By Reprobo • Giu 29th, 2006 • Category: Articoli![]() |
Non mi interessa Hirst. Può considerarsi arte allevare delle mosche e farle fulminare dall’apposito aggeggio elettrico? |
In tutti i casi avete ragione.

Si potrebbe dibattere per ore su che così l’arte (ricordate i ‘ready made’ di memoria Dada?), oppure se moralmente sia accettabile il vilipendio della morte, o anche se sia socialmente permesso un lavoro di quel tipo.Se per arte intendiamo qualcosa di prodotto (e, dunque, artificiale) che ci tocca, in vari modi, nella profondità del nostro essere alloro la risposta è certamente affermativa.
Quasi sicuramente siamo al punto di contatto tra galleria d’arte e museo anatomico, ma nei lavori presi in considerazione per questo articolo mi sembra che il contenuto concreto, ovvero l’animale smembrato, ètotalmente depotenziato nel suo esser (stato) vivente.
La scomposizione e ricomposizione ci mostrano da un lato il concreto essere-esistere (unità formale riconoscibile) e dall’altro l’oggettivo non più essere (benchè continui ad esistere) rimodulato in una nuova dimensione che, pur mantenendo la figura, trascende l’ordinaria e originaria forma.
Vedo un animale, so che è un animale.
Ma allo stesso tempo vi è di più.
Quantomeno un senso ulteriore all’immediata percezione visiva.
La scomposizione, la ricomposizione ma soprattutto l’esposizione dell’invisibile, o meglio del non visibile, raccolgono il senso estetico dell’arte.
Certamente debitore in alcuni sensi al movimento Dada, Hirst si spinge oltre. E ci trascina con sè. Il più delle volte malvolentieri.

Poichè ci costringe a confrontarci con l’aspetto più terreno e concreto della nostra esistenza: la corporeit…è e di conseguenza con la morte.
In un mondo ossessionato dal corpo e dalla perfezione, della cosmesi e dalla chirurgia plastica Hirst ci sfregia l’anima con violenza.
Non puoi vederci nulla di perfetto nell’esposione delle interiora, non puoi trovare un senso alla morte delle mosche che per cercare il cibo, e dunque la vita, rimangono fulminate.
Il paradosso vita-morte, continuità – separazione, perfezione-decomposizione ritorna in tutte le opere di questo genere.
In cui il senso estetico comunque c’è, come nelle composizioni geometriche con le ali di farfalla.
Se questo vi inorridisce, sappiate che qualche secolo fa venivano polverizzate anche le mummie (non solo egizie) per ricavarne dei colori.
E lo studio dei cadaveri sezionati era prassi comune per medici ed artisti.
Il connubio arte e morte è dunque qualcosa di ancestrale.
Hirst ci aggiunge la dissezione.






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Ho visto un opera di Hirst pochi mesi fa. Un’incredibile composizione di ali di farfalle tagliate ed è assurdo come un simbolo gioioso come la farfalla in quel contesto potesse generare tanto malessere
Ho visto molte opere di Hirst e trovo incredibile il modo in cui ti porti a ripensare l’essere umano/animale come oggetto invece che come soggetto. Non so, mi ricorda molto una “avventura della differenza”, che propone come orizzonte filosofico entro il quale interpretare l’esperienza dell’uomo nel mondo della frammentazione una “ontologia del declino”: una concezione dell’essere al di la dei punti di vista globali, che rinunci ad attribuirgli ancora tutte quelle caretteristiche forti e che invece lo riconosca piu legato al tempo, alla vita e al ritmo della nascita e – soprattutto – della morte. Che questa possa essere piu filosofia che arte l’ho pensato, se poi per arte , crocianamente, s’intenda un sommovimento d’emozioni allora siamo in mezzo ad un’arte viva e pulsante.
come sempre e’ la reazione del pubblico a fare l’arte e non solo l’artista, l’arte di Damien è considerata etica appunto. Pensa che la cosa interessante sono le reazioni di chi non conosce l’artista e viene in prima persona coinvolto dal processo artistico, molti dicono, uh cheeee belllo delle farfalle. E’ questa cosa è molto preoccupante se lo contestualizza con il fatto che Damien nasce come artista “punk”, perchè la sua opera fa riflettere sul significato della vita, del suo “prezzo”.